Se l’altro sono io – 6 settembre 2008

11 ott 2008 327

A King’ero c’è la missione. Quella di Nairobi è la casa madre ma è a King’ero il cuore del lavoro. Ci porta lì suor Clea, dove siamo aspettati per dare una mano all’ambulatorio. Carichiamo le valigie in auto, pigiate dietro tra tre sacchi di fagiolini e una decina di cavoli rotolanti. Più o meno una ventina di chilometri tra Nairobi e questo villaggio, su una strada con buche così profonde che qualche auto si spacca le gomme e resta lì. Se ne vedono abbandonate sul ciglio della strada, in attesa di eventi, qualcuno che abbia l’attrezzatura per ripararle, o per spostarle, o forse dimenticarle e basta. Mangio qualunque immagine guardando dal finestrino, ipnotizzata da tutto quel rosso feroce, la terra, le baracche dipinte ai lati, qualche vecchio masai con la coperta colorata sulle spalle che cammina adagio ai bordi della strada.
Max scuote la testa. “Cosa ci vorrà a ripararle ‘ste buche?” dice “Basta mandare un camioncino a portare la terra, ne hanno tanta, e poi stenderla e spianarla e…”
“Eh” dice Clea “ma qui gli uomini non lavorano.” Non c’è nessuna inflessione di giudizio. Lo dice come un fatto, come esprime un commento sui loro capelli che sono crespi e corti e , siccome non crescono, le donne si mettono delle treccine posticce che fanno rifare una volta al mese.
“Perché tutti quei negozietti con l’insegna ”hair stylist”?” le avevo chiesto.
Ma allora tutte quelle belle capigliature, tutte quelle treccine elaborate?
“Finte” dice Clea e, per la prima volta, ho percepito nella sua voce una nota sdegnata.
Si arriva a King’ero quando Dio vuole. Perché qui, se lo spazio e la distanza sono ancora convenzioni misurabili, il tempo invece si coordina secondo una misura che muta secondo variabili misteriose.Venti chilometri possono essere mezz’ora se Clea ha il suo rifornimento di una giusta quantità di popcorn, ma possono essere molto di più se, lungo il percorso, bisogna fare una tappa e passare in qualche ufficio (ah, gli uffici di qui!) dove imponenti impiegati vestiti con panciotti istoriati trafficano con misteriosi documenti. Ma oggi è la prima volta per noi e Clea si è procurata la dose sufficiente di popcorn, quindi non ci fermiamo da nessuna parte e in mezz’ora arriviamo.
King’ero è un villaggio che si arrampica su una lieve collina, sulla punta della quale sorge l’edificio delle suore, l’ambulatorio, l’asilo e la chiesa. Lungo i fianchi della collina ci sono baracchine, appena meno desolanti di quelle di Kibera, qualche negozietto e un paio di hair stilist. Un’insegna colorata mostra una bella ragazza con una chioma conica alla Nefertiti. Andrò a farmi fare le treccine anch’io, mi riprometto, per entrare proprio dentro il loro mondo, e già mi vedo, novella Margaret Mead, chiacchierare la sera sulla soglia di qualche casupola, africana tra gli africani, e anzi di più, perché la scelta di un’appartenenza vale più di una casualità di nascita.
“Domani vado a farmi le treccine” dico a Max.
Max ha gli occhiali scuri e non riesco a vedere il suo sguardo. Ma ha un sogghigno antipatico.
“Ecco” fa Clea arrivando davanti alla casa delle suore “siamo qua”.
Il nostro arrivo provoca l’uscita di una quantità di suore che si affollano intorno alla macchina. Sembrano festose, in realtà sono preoccupate che Clea parcheggi senza andare a sbattere contro il portone del garage e si sbracciano e gridano consigli dalla porta dell’ingresso. Scendiamo. Veniamo baciati. Max di più, secondo me. Per tutto il tempo della nostra permanenza lui verrà baciato di più perché sa un sacco di barzellette sceme e le fa ridere, le suore. E anche perché, quando si pettina e si fa la barba, non è mica da buttar via.

11 ott 2008 053

Pomeriggio

Abbiamo visitato la casa. Anche questa è bella, ma ci sono meno fiori, non c’è la gatta (ci sono due gatti ma gestiti più spartanamente) e, potenza dell’abitudine, la sento un po’ meno casa. In compenso è qui che è stato ucciso il guardiano, infatti in giardino c’è la sua tomba. Qualche anno prima c’è stata una rapina alla casa e il guardiano è stato ucciso, mi dice Agnes, una suora giovane che gestisce l’asilo. Io ero in casa. Sono entrati a rubare e hanno ucciso il guardiano. Abbiamo avuto una gran paura, eravamo solo in due. Adesso il cancello è più alto, più sicuro. Ma non si può stare sicuri del tutto, ogni tanto succede. Qui la gente ruba. Hanno fame. Hai paura?
Bè, paura… succede anche da noi. Ma qui fa più impressione. Ucciso con un coltello o una lancia, non ho capito bene. Da noi ci si ammazza con armi da fuoco, solitamente. Un lavoro pulito e senza troppo spargimento di sangue. Mi viene in mente quello che si sentiva del Ruanda. Ai tempi del genocidio. Persone che pagavano per essere uccise con un proiettile e non col machete. Paura? No…
L’ambulatorio è proprio là fuori, usciti dal cancello. È un dispensario abbastanza organizzato: varie stanze per le visite e le medicazioni, una bilancia, un apparecchio per la pressione, la stanza dei medicinali (sono tre: un antibiotico, un multivitaminico e un antipiretico. Punto). La responsabile è una minuscola suora indiana, Ovida, che coordina le infermiere del posto; Alexandra è, tra loro, la responsabile. A fianco dell’ambulatorio c’è l’asilo. Abbiamo solo sbirciato: tanti bambini con la divisa azzurra, gridavano e correvano, uccellini felici.

11 ott 2008 078

Sera

Clea se ne è andata prima che facesse buio. Qui la notte arriva all’improvviso, alle sette è come se calasse il sipario. Siamo andati a cena con le suore – qui ce ne sono tante, tra novizie e altre in varie fasi di progressione dallo stato laico a quello religioso. Mi colpiscono in particolare due ragazze di colore nerissimo, provenienti da due villaggi lontani. Ridono molto alle chiacchiere di Max, non si sa cosa capiscano. Non so neanche cosa possano capire di una religione che propone un dio bianco ucciso sulla croce e che ha per madre una fanciulla vergine. Ma tengo per me i miei dubbi. Sembrano contente. Cerco di mettere a tacere la mia coscienza cinica. Non sarà solo per sfuggire alla miseria dei loro villaggi che queste due giovani vogliono farsi suore. È un pensiero troppo semplice. E poi io cosa farei se dovessi vivere dove vive Felix? Accetterei di farmi suora per sfuggire ad un destino di povertà assoluta? Lascio la risposta in sospeso. Troppe cose da metabolizzare in tre giorni, troppe immagini, troppa diversità. Vado a dormire nella camera che mi hanno assegnato, una stanza piacevole con bagno e acqua calda. È più facile pensare dopo una doccia e tra lenzuola pulite. Mi addormento sognando i leoni.

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