Se l’altro sono io – 7 settembre 2008

11 ott 2008 085

Mattina

Una notte tormentata: i leoni erano feroci e io cercavo di scappare, impacciata da una lunga veste da suora. Nel sogno faceva un gran caldo e poi un gran freddo e una musica martellante mi straziava la testa. Quando mi sono svegliata avevo le gambe molli e due linee di febbre e sono rimasta a letto facendomi portare la colazione su da Max. “Cominciamo bene – ha borbottato – se devo badare a te invece che andare all’ambulatorio.” Ma mi sono poi ripresa in fretta, abbastanza da andare con le altre a messa dopo colazione.
“Prendiamo un matatu” dice Desideria, la suora capo di King’ero, una dolce suora eritrea che parla l’ italiano meglio di Max.
“Di che parte dell’Italia è lei?” le ho chiesto ieri sera, durante la cena.
Mi ha guardata. “Ma non lo vedi che sono nera” ha detto “sono eritrea.”
Già, non ci avevo fatto caso. Sono tutti neri qui e così mi sembrano tutti bianchi. Ma non è proprio nera nera, è più un marroncino chiaro, per la verità.
Che bello il matatu. Provo una certa superba compassione per quei turisti che arrivano qui con costosi tour organizzati e si perdono la full immersion che invece stiamo facendo noi. Noi prendiamo il matatu, siamo dentro il cuore di questa Africa, siamo sul campo. Che poi arriva questo pullmino strombazzante e saliamo pigiandoci tra donne e uomini stracarichi di pacchi. Una bambina dalle guance lucide mangia una enorme banana senza mai smettere di fissarmi con curiosità. Le sorrido ma lei continua a guardarmi con scetticismo, o almeno, sarebbe scetticismo se solo avesse qualche anno di più. Cerco di accomodare il mio sedere su un sedile senza prendere troppo posto. L’interno è tutto sbrindellato, con le molle che escono dalle imbottiture, con le imbottiture che escono dai sedili, coi sedili che escono dai supporti. E vanno come matti, schivando e prendendo buche enormi, vanno con la musica sparata ad un volume assurdo mentre un modernissimo schermo montato davanti trasmette un film. Ad ogni fermata il matatu si svuota e si riempie, pacchi e pacchi che passano di mano in mano. Mi stringo per lasciare passare due donne con immensi sederi foderati di lucido raso, uno rosa e uno blu. Sedere blu mi sorride, strizzandomi contro il sedile che trattiene allo spasimo le molle. Una mi buca una natica. Sorrido anch’io. La bambina mi guarda mentre attacca un’altra banana. Sorrido anche a lei e alla madre che mi guarda tranquilla e altera. Liberata dall’uscita di sedere rosa e di sedere blu tiro un respiro di sollievo. A quel punto la bambina allunga le manine per toccarmi i capelli. Prende una ciocca chiara (li ho schiariti prima di partire) e tira con entrambe le mani senza mollare la banana. La banana mi si spiaccica sul ciuffo e resta lì, a seccarsi per il resto della giornata.

“Piaciuto il matatu?” chiede Desideria mentre scendiamo.
“Molto” le dico “molto bello, molto divertente.”
“Sì” dice lei scettica, “divertente. Però è meglio quando andiamo con la macchina, peccato che oggi Agnes non ci potesse accompagnare”.
Arriviamo davanti alla chiesa. Bella, grande, adesso non mi ricordo come si chiama. Qui, nei dintorni di Nairobi. Piena di gente, tutti neri, uno o due bianchi (bianchini). Una messa molto partecipata, cantata con un ritmo molto locale. Qualcuno suona i tamburi. Viene voglia di ballare. Mi accorgo che mi sto dondolando sulle gambe da uno sguardo severo di Desideria. Solo io dondolo, tutti sono seri e compunti. Gente bellissima, abiti di tutti i colori, lucidi, pettinati, profumati, e questo è un punto che cercherò di approfondire. Escono da casupole buie, con i pavimenti di terra, con stracci accatastati, senza bagno (bagno!), senza cucina, senza niente. E sbucano lindi, con giacchette candide tutte stirate, coi tacchi alti le donne, con misteriose cartellette da ufficio gli uomini. Ma dove vanno, in quali uffici, in quali ritrovi, vestiti così? Ovunque vadano, vanno, con andatura regale, maschi e femmine e l’aria di preoccuparsi poco della loro vita.

11 ott 2008 108

Tarda mattinata, dopo la messa.

Ieri avevo detto che desideravo molto vedere un parco con gli animali e così Desideria ha organizzato una visita al Parco Nazionale. Si è accordata con un tassista suo amico, come lei eritreo, che ci ha aspettato alla fine della messa per accompagnarci. Da quel poco che ho capito gli eritrei (che qui sono una comunità piuttosto vasta) stanno il più possibile tra loro. Pare, dico pare, che ci sia una forma che non vorrei chiamare razzismo, ma certo di diffidenza nei confronti dei locali che sarebbero di carattere aggressivo e comunque ladri. Anche Clea dice che bisogna chiudere tutto perché questa gente ruba. A riprova di questo, quando siamo andati a Kibera, ci ha fatto notare come ogni baracca avesse porte con robusti chiavistelli. Io non avrei definito neanche porte quelle assi che chiudevano l’ingresso alle baracche, ma è vero che tutte avevano qualche sistema di difesa. Del resto non mi meraviglia che in una situazione di povertà così estrema la gente cerchi di prendersi quel minimo che può. Ma Clea non è così indulgente: ha lavorato tanti anni in Eritrea e il suo cuore è rimasto là. Non ama i Kenioti, un popolo duro, bugiardo, ladro – dice. Penso che sia la nostalgia a farla parlare, a me questa gente sembra dolce e affettuosa. Ma io sono qui da pochi giorni e in realtà non ho conosciuto nessuno: mi sto solo facendo affascinare dal folclore e sono decisa a ricavare da questo breve soggiorno tutta la retorica sul buon indigeno che ci posso ricavare. Il mio è un razzismo illuminato, di sinistra e chic.

Parco Nazionale. Razzismo ricambiato: ci hanno pelato con biglietti carissimi (tariffa differenziata per i non residenti, tipo il 600 per 100 in più) e un mucchio di storie perché Desideria aveva un documento scaduto. Una boccata d’aria italiana: la burocrazia stolta che finge di non capire che una suora, vestita da suora, dalla pelle di colore scuro è difficilmente scambiabile per una rosea turista americana. Discussioni a non finire (lo scopo era quello di far pagare a Desideria il biglietto “non residenti”) e infine concluse con un rapido passaggio di mano di qualche stropicciata sterlina. Una specie di pizzo locale. Aria di casa mia: “Bella Italia, amate sponde…”

Un uniforme color giallo bruciato, nessun leone, qualche gazzella, molte zebre, (bellissime) uno struzzo solitario e scimmie in quantità. Ci osserviamo reciprocamente, con le scimmie e – come sempre – è un imbarazzante guardarsi allo specchio. Bè, insomma, il parco è un po’ deludente: troviamo qualche leone all’orphanage, una parte del parco dove stanno gli animali bisognosi di cure, o perché rimasti orfani o perché malati e vecchi. I leoni, anche quelli vecchi e spelacchiati, sono bellissimi, ci guardano alzando appena la testa e rimettendosi subito a dormire. Veramente regali, con quell’aria, come dicono gli inglesi: “Never explein never complain”.

11 ott 2008 083

All’uscita alcuni masai, alti e lucenti come lance rivolte al cielo, più regali anche dei leoni, mimano riti di lotta.
“Bella vita eh” dice Max “non fanno niente (lui usa un altro termine) tutto il giorno, ballano e cantano…”
Ma pare che non sia proprio così, i masai sono sempre più emarginati e i loro territori sono sempre più ridotti.
Max è di Predappio e non è mica colpa sua. La sua misura è il lavoro: dà ipotetici consigli a ipotetici governanti sulla manutenzione delle strade, su impianti idrici, sproloquia di pale e badili.
“Valàchelifareilavorareio” dice rivolto ai masai. Un razzista Max? O una qualche specie di leghista in salsa romagnola? Eppure, eppure… Eppure lui con questa gente ci parla. Non in senso figurato, macché no, ci parla proprio in italiano e loro gli rispondono in swahili (nell’ipotesi migliore, perché la maggior parte della gente qui parla uno degli infiniti dialetti del posto). Infatti, quando ci fermiamo a mangiare (ristorante eritreo, con il tipico piatto spugna dall’aspetto repellente e dal sapore buonissimo) lui ferma un cameriere (kikuiu o eritreo, non so) e comincia a discutere. Gli sembrerebbe una buona idea mettere su una pizzeria lì, vicino a King’ero. Il cameriere ride, non capisce niente ma qualcosa gli risuona alla parola “pizza” e allora comincia a parlare animatamente. “Ma sai quanto farebbe qui una pizzeria,” dice Max e si alza da tavola e gesticola e parla e lui e il cameriere escono fuori, dove sta la veranda con i tavoli all’aperto e insieme vanno a scovare il cuoco che si unisce anche lui a discutere di questa improbabile pizzeria. Una pizzeria italiana, in territorio kikuiu, con personale eritreo. E Max come pizzaiolo.
Buon Dio.

11 ott 2008 111

Sera

È stata una giornata piena e siamo stanchi. La sera in camera facciamo i conti di quanto abbiamo ancora in cassa: giornata anche cara, tra i biglietti del parco e il tassista che ha voluto 80 dollari. Ci restano in cassa 130 dollari. Anche 150 scellini kenioti per le spese voluttuarie. Che è come dire 1,50 euro.
“Pochi eh, per arrivare alla fine?”
“ Mhm” conferma Max.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...