Mind the gap you fucking bastard

mind the gap

Questa frase, degna di un filosofo o di un artista, o di un filosofo artista, l’ho rubata. Sì, anche questa. L’ho letta in un post di Manuela Salvi: la urlava un barbone inglese molto arrabbiato. Mind the gap, quando gap sta per un mucchio di cose e, nel caso specifico, io ho interpretato (licenza poetica) come “rischio”.  Attento al rischio, fottuto bastardo. Che qui ci sono io e domani potresti esserci tu.
Per un’associazione tutta mia mi fa pensare a tutte le volte che sento parlare di orgoglio. C’è un sacco di gente orgogliosa di cose delle quali non ha alcun merito e nessuna partecipazione fattiva. Quelli orgogliosi di essere italiani, o veneti o siciliani. Bolognesi no, ce ne sono meno: essere bolognesi non pare far scattare quella scintilla di appartenenza. Del resto Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli… non è che…
Che vuol dire esattamente orgoglio? Orgoglio è strettamente connesso a merito, secondo me: sono orgogliosa, per esempio, di aver fatto due lavatrici senza stingere neanche un paio di mutande, o di essere riuscita a fare una ciambella senza bruciarla e ricordandomi di metterci il lievito. E ci ho messo davvero poco del mio nell’essere nata nel nord del mondo, nell’essere bianca, femmina, cattolica ecc…  Allora vorrei chiedere a qualcuno, faccio a caso il nome di Matteo Salvini (solo perché tutte le volte che alzo lo sguardo lo vedo in tivù con quella bella chiostra di denti pronti al morso), personaggio orgoglioso di un sacco di cose per le quali millanta meriti non suoi: ma tu quante lavatrici hai fatto senza stingere le mutande e quante torte senza bruciarne i bordi e farle collassare in mezzo? Perché è in queste cose che si misura l’orgoglio di un uomo e non nel nascere in Italia invece che nel Sud Sudan. Perché non si può mai dire come può girare la ruota e metti mai che ci tocchi fare un altro giro in un’altra vita su questa piccolissima Terra…
Allora mind the gap you, fucking bastard.

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Soldati

“La stella rossa di Ivan”, di Janna Carioli, illustrato da Otto Gabos, racconta in un’atmosfera dickensiana – ma con perfetto rigore storico – la rivoluzione russa. Bellissimo per bambini, ma anche per adulti ignoranti come me, mi ha spinto ad andare a ripescare una mia vecchia poesia: “Soldati”

stella_rossaSotto un cielo infeltrito
Come una vecchia coperta militare
I soldati marciano lenti
nella neve che gela i ginocchi

Ta pum ta pum ta pum
Ahi, Maria, che non sento più i piedi
Ta pum ta pum ta pum
Dammi vino, che mi brucia la sete

Sotto un cielo colore carogna
I soldati marciano in fila
addio madre, che non sento più gli occhi
addio padre, che non sento più fame.

Idalfonso, Giovanni, Leonardo
Una moglie, tre figli, un amore
Tre medaglie color rosso sangue
A sporcare la neve di Russia.

 

“I miei sogni tra le pagine” recensisce L’elogio del barista

White

Ogni volta che trovo o mi viene segnalata una nuova recensione a L’elogio del barista sono felice. Ma non per la recensione in sè, bensì per i commenti che contiene, perchè dimostrano che col mio libro ho raggiunto una nuova persona, una nuova mente e un nuovo cuore.

Vi riporto qui di seguito la recensione di Stefania sul blog I miei sogni tra le pagine, ma potete leggerla anche direttamente a questo link.

Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta sull’inutilità della psicanalisi
«Qualcuno – non ricordo chi – ha detto: se hai un problema puoi fare tre cose, parlarne con il tuo barista, andare in analisi o tenertelo per te. Il risultato alla fine sarà lo stesso.»
Caterina Ferraresi ha raccolto in questo libro le sue riflessioni su anni di lavoro come psicoterapeuta. L’amore per la sua professione traspare da ogni pagina, ma ancor più traspare la solidarietà che la lega alle persone che a lei si rivolgono, sempre con una ragione, ma a volte con una ragione sbagliata. Il disagio esistenziale o l’infelicità, l’incapacità di vivere bene la propria vita possono derivare da traumi più o meno profondi, o da personalità particolarmente complesse, ma attenzione a non far diventare queste cause delle scuse per arrendersi, prima ancora di cominciare a voler cambiare in meglio la propria vita. In una carrellata divertente e spiritosa di piccoli esempi, di casi clinici, di psicologismi superficiali, di «trappole» tese dagli altri o peggio da se stessi, di «modelli per l’infelicità» e di «strategie per combatterli», Caterina Ferraresi invita tutti a non perdere di vista il concetto chiave: la nostra responsabilità per ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. «Perché la vita sia una cosa leggera, da intraprendere con passo lieve e con il cuore puro.»

 

Pataridens recensisce L’elogio del barista

L elogio del barista_Esec.inddHo trovato in rete un’altra bella recensione de L’elogio del barista. L’ha pubblicata Pataridens (che ringrazio) nel suo blog.
Ve la copincollo di seguito, ma potete andarla a leggere anche direttamente all’origine cliccando qui.

 

L’elogio del Barista: cappuccino, psicoterapia e brioche

Una tazzina di caffè, con tanto di cuore disegnato sulla schiuma, il tutto su fondo rosa: quando ho visto la copertina de L’Elogio del Barista di Caterina Ferraresi (Corbaccio Editore), ammetto di aver equivocato.

Avete presente quelle mattine nelle quali, guardandovi allo specchio, esitate a definirvi cessi soltanto per rispetto al vostro povero WC, che vi serve fedelmente da anni senza fare alcun commento?

Gli occhi sembrano le fessure di un salvadanaio, i capelli convergono tutti a est (o a ovest, dipende dalla latitudine) e il colorito, nonostante una doppia mano di fondotinta, ricorda quello di una salamandra.

Poi però uscite di casa, vi fiondate al bar e lui – il barista – vi sorride e vi fa un complimento, al quale non credete, ma che comunque incassate con piacere.

Sì lo so, i baristi e le bariste flirtano un  po’ con la clientela perché fa parte del loro lavoro, il complimento del barista è un accessorio del caffè, un po’ come la bustina di zucchero o il bicchierino d’acqua.

Eppure, mercenario o meno, il complimento mattutino del barista per me ha spesso avuto un valore psicoterapeutico.

Ma sto divagando; torniamo al saggio di Caterina Ferraresi il cui titolo, L’elogio del Barista, non fa riferimento agli elogi che ogni mattina il mio barista mi elargisce con tanta bontà (e coraggio).

 “Qualcuno – non ricordo chi – ha detto: se hai un problema puoi fare tre cose, parlare con il tuo barista, andare in analisi o tenerlo per te. Il risultato alla fine sarà lo stesso“.

Così incomincia il saggio, il cui sottotitolo è Riflessioni semiserie di una psicoterapeuta sull’inutilità della psicanalisi.

Ma davvero una psicologa vuole denigrare il suo stesso mestiere?

Ovviamente no, semmai intende sfatare l’utilizzo della psicoterapia come panacea di ogni male.

Vi faccio un esempio: forse alla base dei miei problemi con l’altro sesso c’è il trauma di quell’ex che mi scaricò senza darmi alcuna spiegazione, ma è accaduto tanti anni fa, io avevo sei anni e lui otto (all’epoca ero attratta dagli uomini maturi). Sì, magari l’origine del trauma è proprio quella, ma l’aver continuato a fare pasticci per i tre decenni successivi è mia piena responsabilità, e non sarà  sufficiente che un buon psicoterapeuta scovi il bandolo della matassa per farmi guarire magicamente.

Il saggio trae spunto dalla carriera di psicoterapeuta dell’autrice che racconta di quotidiani auto-sabotaggi, casi più o meno clinici e ricette per “rendersi infelici”.

L’Elogio del Barista è una lettura piacevole, interessante e soprattutto ironica, nella quale non è raro riconoscersi, o riconoscere qualcuno di propria conoscenza.

 

Sabato prossimo L’elogio del barista a Padova

L elogio del barista_Esec.inddPer chi se lo fosse perso, ricordo che sabato 18 novembre sarò a Padova dove, dalle ore 18, presenterò L’elogio del barista alla libreria Mondadori Bookstore (Piazza Insurrezione, 3).
Farà da moderatrice la giornalista ed editor Carla Casazza.

Spero di incontrarvi numerosi!

M’illumino di meno

lampadinafaccinaLo dico subito, questo titolo l’ho rubato. Appartiene alla campagna per il risparmio energetico. Ma lo sentivo così profondamente adatto a quello che volevo dire che l’ho fatto mio. Pagherò dei diritti? Una penale? Andrò in galera? Non importa.

Oggi non ho voglia di far niente. Sapete quelle giornate di novembre, mese che ha come sola giustificazione quella di introdurre dicembre, e questo di lasciare il posto a gennaio che precede febbraio finché arriva marzo e da lì riprende il senso. Comunque. C’è a chi piace. Dicembre, voglio dire, che non conosco nessuno a cui piaccia novembre. Allora, direte. Sto sproloquio a far che?

No, solo per giustificare che oggi sono stata tutto il pomeriggio spalmata sul divano con la tivù accesa su rai 1 e facebook in mano. Una vergogna. Domani renderò tutto con gli interessi. Ma oggi, mentre da sotto un panno a righe un sottile senso di colpa mi tormentava sotto forma di pensieri ossessivi (devo chiamare mia madre, mettere in ordine le fatture per il commercialista, correggere un mio testo che zoppica qua e là) ho avuto un’illuminazione. Un flash! Una di quelle cose che succedono solo nel pieno di una crisi psicotica quando, improvvisamente, tutto diventa chiaro e sai esattamente come, quando e perché esistiamo. Cioè, un pochino meno: ho solo capito qual è il vero e – temo – irrimediabile problema che abbiamo in Italia. Niente meno? Nientemeno.

Mentre leggevo una quarta di copertina di un furbo scrittore italiano (non farò il nome, unico indizio: coniugato all’indicativo, prima persona singolare, è anche un verbo) che raccontava una storia d’amore tra due adolescenti che vanno un po’ in crisi, quasi in contemporanea, un altro furbissimo scrittore italiano (non farò il nome: diciamo che il suo cognome, rivoltato al maschile potrebbe indicare quella roba che esce dal naso quando si è raffreddati) dispensava perle di saggezza sui giovani che è meglio se comunicano – ogni tanto – senza il cellulare. E non ci sono più le mezze stagioni, signora mia, mentre, il telegiornale – in una pausa del programma – mandava in onda una triste teoria dei nostri attuali politici dalla stentata sintassi e dalla morale mutevole. E lì, ho capito, con certezza assoluta, che la nostra vera, grande, drammatica vocazione italiana è la mediocrità.

Voliamo tutti piuttosto bassi, impicciamoci dei fatti nostri e io speriamo che me la cavo.

Illuminiamoci di meno, insomma, che tutti teniamo famiglia.

E sì, moriremo democristiani.

 

Se l’altro sono io – 18 settembre 2008

11 ott 2008 267

Ritorno a casa.

Dal 15 settembre ho smesso di scrivere. Non ne ho più avuto voglia, non ne ho più avuto le parole. Sono tornata a casa e non ho più guardato questo diario. A casa mi aspettava la mia vita, con le sue complicazioni. I primi giorni sono stati faticosi. Non sapevo guardare il pavimento di casa mia senza scoppiare a piangere.  Di tutta la miseria che avevo visto la mancanza dei pavimenti, chissà perché, era quella che mi struggeva di più. Qualche flash, ogni tanto. Da raccontare poco.

L’ospedale visitato con Ovida, in un giorno imprecisato. Un enorme ospedale governativo. Vari reparti. Letti ammucchiati, le persone a due a due, senza lenzuola. Più o meno anche senza medicine. Una bambina minuscola di pochi mesi, ammalata di aids, che pesava come un neonato. Si chiamava Raffaella, in onore di chissà chi. Così piccola, un niente, un soffio. Adesso non ci sarà più. La madre l’aveva lasciata lì, certo non aveva altra scelta. Ovida le ha detto qualcosa, l’ha accarezzata e lei ha sorriso.

Felix, bello come un modello di Armani, senza scarpe per andare a scuola.

Un impiegato di un qualche ufficio dove Clea cercava di venire a capo di una questione di eredità. Grasso, tronfio, con un orologio vistoso. Di nome Dhio. E io avevo creduto ad una battuta quando Clea mi aveva detto: andiamo in ufficio da Dio.

Un sacerdote grasso con un’ abbagliante camicia gialla, che stava accanto ad un sacco di fagiolini e telefonava ad un suo aiutante perché li venisse a prendere. Qui gli uomini non lavorano, se possono, lo ritengono disonorevole, diceva suor Agnes. Per questo è importante che i bambini vadano a scuola, per cambiare la mentalità dei loro genitori, attraverso a loro.

Gli architetti che danno le ultime direttive al tucul costruito accanto all’ambulatorio, alla memoria di una madre di Predappio, dedicato ai bambini da vaccinare, con Clea , Desideria e Ovida che sovrintendono i lavori e discutono con loro, spiegando che i ferri che sporgono dai sedili sono pericolosi. Gli architetti ascoltano e annuiscono.

Un giro per Nairobi, con Max. Un uomo con una faccia strana, ma così strana, che poi era solo un bianco e lì faceva effetto. Potenza dei punti di vista.

11 ott 2008 215

La visita alla casa di Karen Blixen, meno suggestiva di come l’avevo immaginata. Succede  sempre che la realtà non sia all’altezza dell’immaginazione. Ma comunque emozionante immaginarla lì dentro, vivere ed aspettare le visite del suo amore. ( Le foto la mostrano meno bella di Meryl Streep, e Denys proprio non regge il confronto con Robert Redfort).

 Il cielo neutro di un pomeriggio senza sole, il biondo della testa di una giraffa, il bianco del dentino caduto di una bambina ( e quanto si dispiaceva di averlo perduto), il nero della terra battuta della casa di sua nonna che le sussurrava  parole incomprensibili, il verde della sua gonna sdrucita e il rosso, tutto quel rosso di quella terra, di una terra grassa e feroce e generosa, dove i morti venivano seppelliti in giardino a fare compagnia ai vivi.

L’ultima sera con un po’ di emozione e la voglia di tornare. Gli abbracci, le valigie da fare. Breat piange, la gatta Minnina gira con la sua pancia enorme. Si chiudono le valigie. Un brandello di cuore resta qui, ma la realtà della vita, quella vera, (questa è stata solo una vacanza) mi cattura.

A casa ci sono cose da fare, il lavoro da riprendere, rapporti rimasti in sospeso da definire, conti che non tornano da far tornare.

Ciao Africa, addio.

 

Se l’altro sono io – 14 settembre 2008

11 ott 2008 141

Piove. Ha iniziato stanotte: gocce grosse e pesanti picchiavano sui vetri confondendo il mio sogno. Ero a casa nel sogno e qualcuno bussava con insistenza alla finestra. Alle sei ha attaccato la musica del padre infedele. Ci siamo radunati in cucina sotto una luce grigiastra illividita dal neon. Fa freddo, Desideria è avvolta in uno scialle nero, l’amica nerissima di Flora ha infilato i jeans. Ovida è pronta per andare lo stesso: ha scarpe grosse e un ombrello nero. Agnes si prepara ad aprire l’asilo: arrivano i bambini accompagnati da bambini, i fratelli più grandi: le mamme sono a casa, a badare ai neonati.
È la prima pioggia vera da che siamo qui: tutto un paesaggio tremolante dietro ai vetri della cucina.
Fuori l’aria ha un odore metallico, la terra evapora umori vegetali. Oggi non ci sarà nessuno all’ambulatorio, immagino. Dalla salita del villaggio arriva invece una fila di gente: la pioggia non spaventa nessuno, uomini, più che donne, uomini che non possono andare al lavoro.
Impronte di fango rosso ovunque: fango che appiccica le scarpe, i vestiti, le mani.
Apro io, Ovida mi ha consegnato le chiavi. La gente aspetta fuori, paziente, piuttosto incurante della pioggia che batte sui teli di plastica che alcuni tengono sulla testa a protezione. Entrano in ordine, nessuno spinge nessuno. Qualcuno fa il gesto di pulirsi le scarpe sullo straccio davanti all’ingresso, qualcuno non ha le scarpe e fa prima. Continua a leggere Se l’altro sono io – 14 settembre 2008

Se l’altro sono io – 13 settembre 2008

11 ott 2008 144

Mattina

Dopo la partenza di Flora siamo tutti un po’ scossi. Con Max gironzoliamo un po’ attorno a casa. Andiamo a fare un giro in giardino: un giardiniere sta tagliando a pezzi un tronco di albero che è caduto tempo fa. Ha un tronco strano e non è buona legna da ardere, anzi, bisogna stare attenti a non pungersi perché il tronco è pieno di spine. Il giardiniere lavora con metodo e con calma. Cala l’accetta sul tronco, butta in là il pezzo tagliato, si asciuga la fronte. Passeggiando arriviamo davanti alla tomba del guardiano ucciso. Strana storia questa, di seppellire in giardino i propri morti. Non lo fanno tutti, lo fanno ormai solo nei villaggi. I morti vengono seppelliti vicino a casa: si scava una buca nella terra rossa e grassa che è così abbondante qui e si mette il proprio morto a riposare. Fa compagnia a quelli che sono rimasti e quelli che sono rimasti si sentono meno soli.
“Sarà per questo che la terra è così bella grassa” dice Max “sai quei bei vermoni rosa…”
Ma lo dice per dire, perché è turbato e fare dello spirito è il suo modo per darsi un contegno. Però ci penso quando mangio la verdura dell’orto. La tomba del guardiano è lontana dall’orto ma ci penso lo stesso. Continua a leggere Se l’altro sono io – 13 settembre 2008