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Se l’altro sono io – 11 settembre 2008

11 ott 2008 174

Mi ha telefonato un’amica. Curiosa di sapere come va. Allora, dice, ti diverti? La mia amica è una persona intelligente, ma è tanto lontana.
Mi diverto? Sì, mi diverto. Ma è fatica stare qui. Più che altro la noia. Non sai quanto è noiosa la miseria. È sempre uguale a sé stessa. Fame, malattie, spreco di vite. I bambini. Sai qual è la tentazione? Convincersi che per “loro” sia diverso. Che sentano meno che noi.
Loora mi ricorda mia figlia alla sua età. Ha un maglione blu e una gonna grigia, la divisa della sua scuola. I suoi capelli sono divisi a metà con una riga dritta che le fa la nonna tutte le mattine. Le treccine sono arrotolate ai lati delle orecchie, acquattate come minuscoli topolini. È bella e brava a scuola. Mi ha fatto vedere il suo quaderno. Una scrittura tutta inclinata a destra e che punta all’insù. Carattere ottimista e socievole, aperto alle novità. Quale novità ti capiteranno nella vita, cara Loora? Troverai un posto da lavapiatti in un ristorante di città?
Ma davvero avrai tanta fortuna?
Sai, dico alla mia amica, è davvero come vuotare il mare con un cucchiaino. Vorrei portarmi a casa quella bambina. Ma poi vorrei portarmi a casa anche tutti gli altri. Ma non funzionerebbe perché non è vero che per “loro” sia diverso. La nonna di Loora ama molto la nipote. E non vorrebbe lasciarmela portare via. C’è un sacco di amore che gira qui.
E allora, arrangiatevi.
Viene voglia di lasciare tutto come sta.
Ma è bello, mi chiede, andate un po’ in giro, non starete tutto il giorno alla missione.
Sì, è bello. È tutto più grande, più colorato, più profumato. Per dirti, è come se questo posto l’avesse disegnato un bambino di cinque anni con la sua scatola nuova di colori. Il cielo è azzurro azzurro, la terra è rossa rossa, l’erba è verde verde, i sorrisi sono bianchi bianchi. È come se l’avesse disegnato una creatura ancora nuova, prima che un’ammuffita insegnante gli dicesse: ma il cielo non è così azzurro, e l’erba non è così verde e la terra è meno rossa e …e…e…
Credo sia questo che fa ammalare di nostalgia per questa terra. La nostalgia dei nostri cinque anni, prima che tutto diventasse sfumato, che tutto perdesse un po’ colore.
“Mhm” dice la mia amica “mi diventi sentimentale!”
Vero. Certi momenti sono sentimentale. Certi altri, razzista. Sono qui da pochi giorni. O da qualche secolo? Ragiono in termini civili e sento con codici tribali. L’altro è diverso ed è colpa sua. E magari se gli taglio un braccio non sente neanche male. Così posso sentirmi meglio. Così ragionavano i primi missionari sparsi per il mondo a portare la Civiltà e la Verità? Bisogna stare attenti. Ci si mette un attimo a pensare così.
“Torna presto” dice “qui allo studio c’è stato un problema che non ti immagini. Un paziente è scivolato dalle scale, una grondaia che si è staccata dal muro ed è caduta sulla macchina di quello del primo piano”.
Quello del primo piano è un disgraziato che sta tutto il giorno chiuso in casa, spiando dalla finestra in attesa che qualcuno gli faccia una delle tante angherie che lui si aspetta e brama. Di solito viene accontentato.
E la signora Moschini vuole rifare l’impianto elettrico, ti immagini. Due settimane in studio con fili volanti e pazienti che inciampano e ci fanno causa. E piove! Da una settimana. Una pioggia sottile, noiosa. Non ti immagini! Quando torni?
Presto torno. Presto.

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Roberta Marcaccio recensisce Domani è un altro giorno

domanieunaltrogiornoOgni tanto vi (ri)parlo di Domani è un altro giorno, un mio romanzo uscito solo in ebook a cui però voglio bene.
Roberta Marcaccio l’ha recensito sul suo blog.
Ecco quanto scrive (ma potete leggere la recensione anche direttamente a questo link).

Domani è un altro giorno è la storia di quello che succede ad una donna dopo la separazione inaspettata da colui che considerava l’uomo della sua vita; il matrimonio di Carolina va a rotoli la sera in cui, quasi per noia, lei dice a lui: «Tu per me hai un’altra».

E così, da donna annoiatamente sposata, Carolina diventa donna-libera ad un’età in cui non pensa di poter ricominciare un’altra vita.

Sarà la finta lettera di una pseudo associazione benefica e non le ore di analisi pagate profumatamente al dottor Sigfrido (Sig per gli amici) a farle capire che forse ha un’altra possibilità. Carolina si rende finalmente conto che quella domanda non l’ha fatta per noia ma perché esiste un disegno che va oltre il suo matrimonio e che forse è stata proprio la noia a consentirle di rompere i sigilli di una vita-immagine, in cui tutti si sono ritagliati il proprio ruolo, compresa lei stessa; ha dedicato una vita alla famiglia, scegliendo di lavorare a casa per essere più presente, e c’è sempre stata fino a quella fatidica stupida domanda, che tanto stupida non è.

Un evento all’apparenza insignificante (una lettera scritta da una persona che non conosce) cambia totalmente i parametri con cui è abituata a considerare la vita e la storia precipita in un susseguirsi di situazioni che le mostreranno che Paolo fa parte di un’altra vita e che Domani è un altro giorno.

La lettura di questo romanzo mi ha coinvolta totalmente: mi sono immedesimata, ho tifato, ho sperato in un finale meritevole. In questo l’autrice è stata super: il finale è la parte che ho preferito perché mi ha sorpreso, non ha lasciato che la storia avesse un epilogo normale, ma gli ha dato quel tocco di frizzantezza di cui la protagonista aveva bisogno. Carolina ha un marito normale, una figlia normale, un lavoro normale in una vita troppo normale. È questo che te la rende simpatica, ma allo stesso tempo vorresti prenderla per le spalle e scuoterla, dirle che oltre c’è ben altro e poi ti rendi conto che in lei vive la parte normale di tante donne reali. Forse è questo immedesimarsi a travolgere il lettore e a conquistarlo. Ed io mi sono sentita conquistata.

Domani è un altro giorno ha vinto il premio come Miglior Incipit al torneo IoScrittore 2013.

 

Se l’altro sono io – 10 settembre 2008

11 ott 2008 163

Solito. Il bambino con la febbre è tornato. Stava meglio e ha fatto un sorriso quando Alexandra gli ha fatto solletico alla pancia. Ha due puntine di riso che stanno spuntando lateralmente sulla gengiva e che gli danno un’aria da piccolo vampiro. Ha gorgogliato tutto il tempo e ha fatto la pipì a getto in faccia alla mamma. La mamma ha riso.
Stanotte, verso il mattino, ho sentito quella musica assordante. Mi sono svegliata e mi sono affacciata alla finestra. La musica, mista a parole cantate, proveniva da un altoparlante piazzato vicino al campetto che sta fuori dalla missione, vicino alla cappella. Non sono riuscita a dormire e sono scesa giù, nella sala da pranzo. C’era una suora che preparava il caffè, una suora che parla poco italiano e che parla poco in generale. Ho aspettato che tutte si riunissero per la colazione. È arrivata Desideria, con una caviglia fasciata perché è scivolata in bagno, è arrivato Max, con la faccia stralunata e la barba di tre giorni. Sono arrivate le ragazze nerissime che hanno un nome difficile e che io e Max chiamiamo con nomignoli che ci dovrebbero far vergognare. Ma ci fanno ridere perché stiamo diventando stupidi e stiamo precipitando verso l’infanzia alla velocità del fulmine.
Max più velocemente di me.
Allora, la musica la mette su al mattino presto, per fare dispetto, un padre di una setta religiosa che ce l’ha con queste suore. Non ho capito tutti i passaggi, ma c’è una diatriba antica, che affonda le radici in molti anni fa, quando questo sacerdote rinnegò la fede cattolica per vivere nel peccato con una fanciulla del posto. Le suore reagirono non so come e allora lui la mattina (per fortuna non tutte) mette su questa registrazione di una sua funzione religiosa al massimo volume possibile. Non ho capito bene, ma il succo è questo. Sono tentata di chiedere alle suore di fare la pace con l’uomo della musica ma mi pare di capire che non sia il caso. Sono molto indignate con lui. Mi pare che gli abbiano anche augurato di andare al diavolo, ma poiché questo non può essere, certamente ho capito male.
La giornata si conclude alle cinque della tarde. L’ambulatorio è chiuso e i bambini dell’asilo sono tutti andati via. Usciamo dalla missione e ci avviamo a fare un giro per il villaggio. Al campetto alcuni ragazzini giocano a calcio. Davanti alla chiesina alcune bambine stanno facendo un gioco che sembra campana. Passano due bambini vestiti con maglioni pesanti. Uno è giallo con nappine ormai sbiadite attorno al collo. Eppure il bambino ha un’aria elegante. Lo stesso l’altro, con un maglione rosso e bianco, tutto stracciato. Sorridono quando passiamo e appena sono fuori dalla nostra vista scoppiano a ridere. “Sei tu che fai ridere” dice Max “con quelle righe chiare nei capelli”.
“Si chiamano meches. E comunque sei tu” ribatto “con quegli occhiali neri.” Ma facciamo ridere tutti e due, immagino. E questo mi fa sentire a disagio.
“Sai” dico “mi sento a disagio.”
“Perché sei bianca” risponde.
“Anche tu sei bianco”
“Sì, ma io sono un uomo”.

Se l’altro sono io – 9 settembre 2008

11 ott 2008 290

Oggi mi è calata come un’ombra di cupezza. Passata l’ansia del non conosciuto e l’euforia per il nuovo mi pervade una sensazione di non senso.
Routine. All’ambulatorio arrivano anche oggi gli stessi bambini, le stesse madri, gli stessi problemi. Pesiamo un bambino urlante. Cinque o sei mesi, ha la febbre. La madre lo scarta da una copertina blu e ce lo mostra. Ha grandi occhi neri lucidi di febbre. Alexandra consegna alla madre un pacchettino con i farmaci. Le raccomanda di tenerlo pulito, di dargli molto da bere. Acqua bollita. Non ho chiesto il nome del piccolo. Lo ha chiesto Max. Marcus, si chiama, in onore di padre Marcus, che non so chi sia. Il suo fratellino si chiama Marlon e l’altro si chiama Mario, che è un nome diverso ma si assomiglia. La madre assicura che gli darà le medicine e l’acqua bollita. Lo riporta domani, assicura. Lo riavvolge nella coperta blu, fa un fagotto e se lo allaccia al collo. Alexandra scuote la testa. Spera che domani torni per prendere le medicine. Le ha dato solo una dose per un giorno. Hanno una gran passione per le medicine – dice – una vera fissazione: se le avesse dato la scorta per la settimana la madre gliele avrebbe date tutte. Per farlo guarire prima. È tornata anche la donna col flemmone: il dito va molto meglio anche se fa ancora odore di uova marce. Alexandra lo medica con una pomata antibiotica e le dice di non usare la mano. Parole inutili, lo sa anche lei. La donna ha un bel po’di figli e deve lavorare. È fortunata, ha un lavoro giù in città, in un ristorante. Lavora in cucina, si è tagliata il dito affettando le verdure. Il marito c’è ma non può lavorare. Non può o non lavora comunque. Anche lei tornerà tra due giorni, a rifare la medicazione.
Febbri, flemmoni, infezioni, dita tagliate, tagli suppurati. Non è diverso dal mio lavoro: vedere ogni giorno un depresso, un ansioso, uno psicotico, un alcolizzato. Qua e là gente che spende il proprio tempo a rimarginare ferite che si riformeranno immediatamente.
Forse sarebbe meglio lasciare che questa gente pensasse a sé stessa.
Lungo la strada che da Nairobi porta a King’ero sono sullo stesso lato l’enorme villa del Presidente e, a 500 metri, un campo di baracche destinate a orfani. Sono baracche governative. Pollai, meno che pollai. Come farà il Presidente a ignorarle? A uscire e tornare alla sua villa con la sua auto luccicante, protetto dalla sua scorta, senza temere per sé qualche vendetta, se non dagli uomini da Dio? E Dio dà mai un’occhiata da queste parti? E se lo fa, non si sente un pochino a disagio?

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Sul romanzo parla de L’elogio del barista

Grazie al sito Sul romanzo che ha pubblicato un articolo dedicato al mio libro L’elogio del barista. Come al solito lo riporto qui per i più pigri, ma lo potete anche direttamente sul sito originale a questo link.

Nonostante spesso ci arrendiamo a comportamenti infelici, in realtà tutti vogliamo essere felici, tutti desideriamo liberarci da uno stato d’infelicità che, più o meno temporaneamente, ci attanaglia.
Eppure finiamo spesso ad adottare comportamenti che non solo non ci rendono felici, ma aumentano ancora di più la nostra infelicità perché rimandano a strategie che non ci liberano di ciò che ci rende infelici, anzi.
Come riconoscere questi comportamenti? Come liberarcene? Ce ne parla Caterina Ferraresi ne L’elogio del barista (Corbaccio, 2017).
In particolare nella prima parte, la psicoterapeuta bolognese disegna i cinque modelli di comportamento assolutamente da evitare, o almeno da correggere, se davvero vogliamo cominciare a essere felici.

Vediamo allora da vicino quali sono:

 Modello Catalano o della non accettazione

No, non c’entra nulla la Catalogna. Il vero ispiratore di questo modello di comportamento che ci rende infelici in eterno è Massimo Catalano, comico noto negli anni Ottanta e diventato famoso grazie alle trasmissioni televisive di Renzo Arbore. Catalano aveva il grande talento di rifugiarsi nelle banalità, accarezzarle con l’aria rassicurante di chi sta distillando una grande verità.
Nel nostro caso, secondo Caterina Ferraresi, servono a nascondere «la non accettazione della propria storia. Perché a me? Perché ora? Perché io? Perché lui? In sostanza tutto quello che si raggruppa sotto la voce “domande inutili”» in quanto non aiutano ad accettare la propria vita e a ripartire da qui per la ricostruzione del proprio futuro.

Modello Pasquale, questa vita non è la mia

Chi è Pasquale? Vi ricordate di Totò? In una famosa scena, veniva preso a schiaffi ma rispondeva ridendo perché: «E che me ne frega a me, che so’ Pasquale, io?».
Per Ferraresi, questo è l’atteggiamento di tutti quelli che, anziché prendere in mano la propria vita,
«la mettono lì come un pacchetto e aspettano che io faccia qualcosa. […] Spesso alla fine della seduta sono costretta a prendere il loro pacchetto, incartarlo bene e riconsegnarglielo».
Insomma: attendere che qualcuno ci tolga d’impaccio non fa che aumentare ancora di più la nostra infelicità. Perché? Semplice, la vita è nostra e sta a noi prendercene cura.

Modello Principe Azzurro, o della non volontà

No, non vogliamo dire che siete il Principe Azzurro, ma nell’analisi di Ferraresi è come se viveste nell’attesa dell’uomo delle favole che venga a salvarvi. «Qualcosa succederà, qualcuno mi raccoglierà» è il vostro mantra preferito. Ma «la brutta notizia è che, di solito, non arriva nessuno». Sta a voi diventare il Principe Azzurro di voi stesso, riprendere in mano tutto e imparare a essere felici, risolvendo da soli i vostri momenti d’infelicità anziché trascinarceli dietro nell’attesa che qualcuno ce li faccia passare.

Modello Cinese, o del rancore

Sì, lo sappiamo che tutti, ogni volta che qualcuno vi rende infelici, avete pensato alla frase: «Siediti sulla sponda del fiume e aspetta che passi il cadavere del tuo nemico». E ogni volta che la pronunciamo siamo molto lontani dallo spirito orientale, ma la nostra attesa è di chi aspetta il momento giusto per vendicarsi. Il problema però è che questo comportamento non risolve nessun problema né ci fa stare meglio, bensì ci rende schiavi del nostro stesso rancore.
«Allora meglio un ceffone a caldo, ora e subito, quando il sangue pulsa dalla rabbia. Se proprio non se ne può fare a meno. Poi, lasciare andare. Riconciliarsi con i torti subiti, sedersi sulla riva del fiume e lasciarli andare. Rabbia, rancori, odi, lasciarli scorrere via, non nutrirli. Lasciare che il fiume se li porti».

Modello Elefante, o della memoria

Chi ha detto che ricordare è sempre una cosa positiva? «La memoria è sopravvalutata» e aiuta a essere infelici. Perché ricordare tutte le angherie subite, dall’infanzia fino all’età adulta, non ci rende migliori né ci aiuta a essere felici. Sforzarsi di dimenticare, di non pesare più con sé il brutto che ci capita è il primo passo per iniziare a liberarsi dell’infelicità.

***

Che ne dite? Ci proviamo ad abbandonare questi modelli di comportamento che ci rendono infelici per provare finalmente a praticare la strada della felicità?

 

 

Se l’altro sono io – 8 settembre 2008

11 ott 2008 168

Mattina

La responsabile dell’ambulatorio, l’ho già detto, è suor Ovida, la minuscola, efficiente suora indiana. Ha una faccia piccola con occhi che emanano insieme bontà e indifferenza. Ci spiega che è difficile mandare avanti l’ambulatorio perché non ci sono i soldi e bisogna far tornare i conti, che non tornano mai. I pazienti sono tenuti a pagare una specie di ticket per ogni prestazione e non hanno soldi. Nonostante questo vengono spesso a farsi visitare, e pagano il loro contributo, un prezzo simbolico, naturalmente. Per educarli, dice Ovida, è importante che non si abituino alla gratuità, altrimenti ne approfitterebbero. Tale e quale come da noi: budget da far rispettare, ticket da pagare e conti che non tornano mai. All’ambulatorio c’è già una piccola folla, seduti diligentemente aspettano il loro turno per la visita di routine: peso, pressione, visita e medicazione, se necessario. C’è anche un laboratorio per le analisi: si controlla se il paziente ha la malaria. Praticamente tutti ce l’hanno. Max, un allampanato alieno bianco, tocca braccia scure, misura pressioni, parla con una donna che si lamenta piano. La donna che ha bisogno di una medicazione – dice Alexandra, l’infermiera. La donna porge una mano fasciata approssimativamente e Max srotola la benda sporca. Un fetido odore di uova guaste mi arriva al naso e prima che abbia il tempo di voltarmi emerge dalle bende un dito maciullato e gonfio, tagliato quasi a metà. Brutta roba, sento dire Max mentre la testa mi si fa leggera e tutto comincia a girarmi attorno. “Vieni, vieni di qua” dice suor Ovida che mi vede sbiancare e, appena in tempo per salvarmi la faccia da un ridicolo svenimento, mi porta nel suo studio e mi fa sdraiare su un lettino.

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Se l’altro sono io – 7 settembre 2008

11 ott 2008 085

Mattina

Una notte tormentata: i leoni erano feroci e io cercavo di scappare, impacciata da una lunga veste da suora. Nel sogno faceva un gran caldo e poi un gran freddo e una musica martellante mi straziava la testa. Quando mi sono svegliata avevo le gambe molli e due linee di febbre e sono rimasta a letto facendomi portare la colazione su da Max. “Cominciamo bene – ha borbottato – se devo badare a te invece che andare all’ambulatorio.” Ma mi sono poi ripresa in fretta, abbastanza da andare con le altre a messa dopo colazione.
“Prendiamo un matatu” dice Desideria, la suora capo di King’ero, una dolce suora eritrea che parla l’ italiano meglio di Max.
“Di che parte dell’Italia è lei?” le ho chiesto ieri sera, durante la cena.
Mi ha guardata. “Ma non lo vedi che sono nera” ha detto “sono eritrea.”
Già, non ci avevo fatto caso. Sono tutti neri qui e così mi sembrano tutti bianchi. Ma non è proprio nera nera, è più un marroncino chiaro, per la verità.
Che bello il matatu. Provo una certa superba compassione per quei turisti che arrivano qui con costosi tour organizzati e si perdono la full immersion che invece stiamo facendo noi. Noi prendiamo il matatu, siamo dentro il cuore di questa Africa, siamo sul campo. Che poi arriva questo pullmino strombazzante e saliamo pigiandoci tra donne e uomini stracarichi di pacchi. Una bambina dalle guance lucide mangia una enorme banana senza mai smettere di fissarmi con curiosità. Le sorrido ma lei continua a guardarmi con scetticismo, o almeno, sarebbe scetticismo se solo avesse qualche anno di più. Cerco di accomodare il mio sedere su un sedile senza prendere troppo posto. L’interno è tutto sbrindellato, con le molle che escono dalle imbottiture, con le imbottiture che escono dai sedili, coi sedili che escono dai supporti. E vanno come matti, schivando e prendendo buche enormi, vanno con la musica sparata ad un volume assurdo mentre un modernissimo schermo montato davanti trasmette un film. Ad ogni fermata il matatu si svuota e si riempie, pacchi e pacchi che passano di mano in mano. Mi stringo per lasciare passare due donne con immensi sederi foderati di lucido raso, uno rosa e uno blu. Sedere blu mi sorride, strizzandomi contro il sedile che trattiene allo spasimo le molle. Una mi buca una natica. Sorrido anch’io. La bambina mi guarda mentre attacca un’altra banana. Sorrido anche a lei e alla madre che mi guarda tranquilla e altera. Liberata dall’uscita di sedere rosa e di sedere blu tiro un respiro di sollievo. A quel punto la bambina allunga le manine per toccarmi i capelli. Prende una ciocca chiara (li ho schiariti prima di partire) e tira con entrambe le mani senza mollare la banana. La banana mi si spiaccica sul ciuffo e resta lì, a seccarsi per il resto della giornata.

Continua a leggere Se l’altro sono io – 7 settembre 2008

Ewwa mi ha intervistato

Cristina Casillo mi ha intervistato per il sito della Ewwa (European Writing Women Association).

Riporto qui l’intervista ma potete leggerla anche direttamente alla fonte a questo link

Ho avuto il piacere di conoscere Caterina Ferraresi , grazie ad un articolo pubblicato nella pagina spettacoli del “Il Resto del Carlino “ di Bologna.
“La psicoanalisi? La fa il barista”. Questo era il titolo.
L’articolo di Camilla Ghedini, pubblicato lo scorso gennaio comincia così: “LA DIFFERENZA tra uno psicoanalista e un barista è molto semplice. Il primo non può dare consigli, anche se vorrebbe. Il secondo dà anche quelli non richiesti e lo fa con una schiettezza e leggerezza da fare invidia a una professionista dell’inconscio”.
La mia curiosità per lo studio della psicoanalisi, è sempre stata grande come lo stupore nel constatare che chi come il barista citato dalla Ferraresi, facendo un lavoro a contatto con il pubblico riesca ad offrire  un supporto sicuramente  meno appropriato – per mancanza di conoscenza della scienza – ma simile a quello dello psicoterapeuta. Vendendo bevande dolci e  calde come il caffè, al costo di poco più di un euro, offre  sorrisi, confidenza e conforto: un effetto placebo che solo l’antidepressivo può eguagliare.

Come è nata l’idea di scrivere un libro che fa ironia sulla tua professione di psicoterapeuta?

Trovo che l’ironia sia una buona chiave per dire cose serie senza appesantirle. E’ un po’ come quando, da bambini si giocava al “facciamo che io ero …”
In realtà volevo parlare del mio lavoro in modo serio, ma non serioso, uno dei tanti rischi che corriamo noi “psi”. Volevo anche raccontare chi è un terapeuta (o più semplicemente chi sono io), le sue fragilità, le sue idiosincrasie, i suoi lati buffi. Un altro titolo che mi piaceva è “Il terapeuta dal buco della serratura”: volevo consegnarmi con fiducia ai miei pazienti, dire io sono questa, sappiate in che mani vi affidate!

E’ vero che con la realizzazione di questo libro ti sei inimicata analisti e psicologi? (Come afferma l’amico saggio citato nel testo).

Qualcuno, non tanti quanto avrei voluto! In realtà io non me la prendo con gli psicoterapeuti, ma ne segnalo i possibili rischi: se può far bene, allora può far male.
Uno dei possibili effetti collaterali dell’aspirina è la morte istantanea (verificare nel bugiardino), uno dei possibili effetti collaterali della psicologia è lo psicologismo, cioè la deresponsabilizzazione. E’ una deriva culturale della quale, anche in questi giorni, la cronaca ce ne offre un vasto menu’: non so cosa ho fatto, né cosa mi è successo, cosa mi è preso…come se noi fossimo agitati da dentro da qualcosa che non conosciamo. I traumi? La mamma? Un’infanzia infelice? (un soldino per chi non ha avuto un qualche trauma nell’infanzia). No no no , questo io non lo avvallo e lo trovo pericolosissimo.

Leggendo il tuo libro una delle tante cose che mi ha colpito è stata quando hai paragonato la sofferenza psichica, sentimentale ed emotiva  ad un pallone a due valvole. Da una di queste valvole si può soffiare l’aria dentro ed ingrossare il pallone, dall’altra si può fare uscire l’aria fino a sgonfiare il pallone.
E’ necessario scavare nel passato per risolvere un problema psicologico? Si può andare oltre la propria storia familiare? Il tuo libro, invita ad essere noi i diretti responsabili ed artefici per la risoluzione dei problemi?

Sì, è necessario conoscere la propria storia, o saremo destinati a ripeterla. Non necessariamente attraverso un percorso analitico, ci sono tante altre forme di narrazione. Per me i libri prima di tutto. Devo tanto allo scrittore Yehoshua se ho fatto pace con i sensi di colpa nel rapporto con un figlio. Ma anche a tanti altri: ho una lista di scrittori che mi hanno “salvato la vita”.
Il rischio della psicoterapia è di rimanerne intrappolati: un bravo terapeuta mi deve aiutare a raccontarmi la mia biografia, sentirne le emozioni, prenderne le distanze e poi lasciare andare la mia storia. Un bravo terapeuta deve, ad un certo punto, darmi un calcio nel sedere e dirmi “vai”. Questo è soffiar fuori l’aria.

Ritengo che uno dei più grossi drammi che affligge il nostro vivere  quotidiano, sia la mancanza di empatia. Leggendo il tuo libro, ho scoperto che per motivi di lavoro viaggi spesso in treno. Alcuni mesi fa mi sono trovata in una situazione che mi ha portato a riflettere a lungo. Il treno sul quale viaggiavo, portava un ritardo di oltre due ore. Una persona, si era suicidata buttandosi sulle rotaie. Una ragazza seduta vicino a me era piuttosto seccata, sottolineava il fatto che per suicidarsi non fosse necessario rovinare il fine settimana agli altri facendoli arrivare a casa tre ore dopo il previsto a causa del disagio provocato. La mia risposta non si è fatta attendere: “Perdonami, ma pensi forse che chi ha intenzione di commettere un gesto simile abbia interesse per il  nostro week-end?”.
Silenzio, solo silenzio. Nessuno ha voluto commentare la mia osservazione.
Cosa ne pensi al riguardo? Sei d’accordo con me che a causa della mancanza di empatia tra amici o addirittura familiari, si senta la necessità di ricorrere sempre più spesso alla psicoanalisi?

Sì, siamo abituati a considerarci monadi, invece siamo una comunità. Il suicidio di una persona mi riguarda, anche se non la conosco. Perché io sono io, più’ tutti quelli che mi sono attorno. Ho assistito molte volte a scene come quella che mi racconti. E’ molto triste e anche molto faticoso non poter darci il tempo di pensare, di soffrire. Questo dover essere sempre performanti. Comincio a pensare che il tempo perso sia quello di maggior valore, il più’ creativo, il più’ ricco.

Il buon barista per incrementare i guadagni sviluppa la capacità di essere empatico, molto più’ velocemente rispetto ad un semplice impiegato e senza rendersene conto. Anche per questo motivo hai dedicato il libro a lui?

Ho dedicato il libro a lui perché io sono grata della gratuità di certi gesti minimi. Un sorriso, un caffè servito con gentilezza (purtroppo “l’elogio della gentilezza” l’hanno già scritto!), una bugia leggera su come ti sta bene una certa maglia… La vita è anche una somma di piccole ferite, e io mi sento sempre un po’consolata di ogni minima medicazione. Il mio barista attuale lo è: fa i panini più’ scadenti del mondo ma chiacchiera con me, mi chiede dei miei gatti, commenta e sa star zitto quando leggo il giornale.  Ci vado nella mia pausa pranzo; è la mia mini – terapia settimanale. E vale tutti i panini mollicci che mi mangio.

Ringrazio Caterina Ferraresi per avermi rilasciato questa intervista ma in particolar modo per aver scritto il libro. La lettura è sempre piacevole, scorrevole e divertente e apre le porte ad una visione della psicoanalisi che in molti non conoscono.

 

Se l’altro sono io – 6 settembre 2008

11 ott 2008 327

A King’ero c’è la missione. Quella di Nairobi è la casa madre ma è a King’ero il cuore del lavoro. Ci porta lì suor Clea, dove siamo aspettati per dare una mano all’ambulatorio. Carichiamo le valigie in auto, pigiate dietro tra tre sacchi di fagiolini e una decina di cavoli rotolanti. Più o meno una ventina di chilometri tra Nairobi e questo villaggio, su una strada con buche così profonde che qualche auto si spacca le gomme e resta lì. Se ne vedono abbandonate sul ciglio della strada, in attesa di eventi, qualcuno che abbia l’attrezzatura per ripararle, o per spostarle, o forse dimenticarle e basta. Mangio qualunque immagine guardando dal finestrino, ipnotizzata da tutto quel rosso feroce, la terra, le baracche dipinte ai lati, qualche vecchio masai con la coperta colorata sulle spalle che cammina adagio ai bordi della strada.
Max scuote la testa. “Cosa ci vorrà a ripararle ‘ste buche?” dice “Basta mandare un camioncino a portare la terra, ne hanno tanta, e poi stenderla e spianarla e…”
“Eh” dice Clea “ma qui gli uomini non lavorano.” Non c’è nessuna inflessione di giudizio. Lo dice come un fatto, come esprime un commento sui loro capelli che sono crespi e corti e , siccome non crescono, le donne si mettono delle treccine posticce che fanno rifare una volta al mese.
“Perché tutti quei negozietti con l’insegna ”hair stylist”?” le avevo chiesto.
Ma allora tutte quelle belle capigliature, tutte quelle treccine elaborate?
“Finte” dice Clea e, per la prima volta, ho percepito nella sua voce una nota sdegnata.
Si arriva a King’ero quando Dio vuole. Perché qui, se lo spazio e la distanza sono ancora convenzioni misurabili, il tempo invece si coordina secondo una misura che muta secondo variabili misteriose. Continua a leggere Se l’altro sono io – 6 settembre 2008

Se l’altro sono io – 5 Settembre 2008

11 ott 2008 064

Durante la notte ha nevicato all’equatore, ci dice un sacerdote che è venuto a colazione qui alla missione. Che emozione! Ovviamente l’equatore è una linea immaginaria e non è che si veda o la si possa calpestare. Non so neanche dove sia rispetto a qui. E non so neanche di preciso dove sia qui. Nairobi è un cerchietto nero segnato quaggiù, dove il mondo si ribalta a pancia in su.
“Dove è l’equatore?” chiedo. “Più su” dice Clea, e mi trattengo dal guardare in alto.
Qui la neve non si vede, è ovvio, ma è bello pensare alla neve seduti attorno a questo tavolo della colazione. “Davvero l’Africa ci sta dando il benvenuto facendo meraviglie,” dico rivolgendomi a Max.
“L’hai avvertita tu?” chiede Max.
“Chi?”
“La neve, l’hai avvertita tu che stavamo arrivando?”
Uffa.
Quando Max fa così è chiaro che ha dormito col culo scoperto. Non so se posso dire culo qui, e così mi limito a sillabarlo con la bocca. “C” “U” “L”.
Clea mi sgama alla “L”, quando la lingua sbatte contro i denti, ma poiché è compassionevole, non commenta. Ci fa finire in fretta la colazione e ci dice di sbrigarci e di corsa ci carica sulla sua ambulanza-auto e dopo la sua preghiera da guida, Signore proteggi il nostro viaggio ecc ecc…parte a razzo per Kibera. Questa suora è completamente matta, guida saltando qua e là sulle buche stradali come se stesse guidando sulla A14. L’ambulanza sobbalza facendo volare i popcorn che lei usa al posto del caffè (le ho chiesto perché mangia sempre pop corn e mi ha detto che la tengono sveglia senza farla innervosire).

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