Ewwa mi ha intervistato

Cristina Casillo mi ha intervistato per il sito della Ewwa (European Writing Women Association).

Riporto qui l’intervista ma potete leggerla anche direttamente alla fonte a questo link

Ho avuto il piacere di conoscere Caterina Ferraresi , grazie ad un articolo pubblicato nella pagina spettacoli del “Il Resto del Carlino “ di Bologna.
“La psicoanalisi? La fa il barista”. Questo era il titolo.
L’articolo di Camilla Ghedini, pubblicato lo scorso gennaio comincia così: “LA DIFFERENZA tra uno psicoanalista e un barista è molto semplice. Il primo non può dare consigli, anche se vorrebbe. Il secondo dà anche quelli non richiesti e lo fa con una schiettezza e leggerezza da fare invidia a una professionista dell’inconscio”.
La mia curiosità per lo studio della psicoanalisi, è sempre stata grande come lo stupore nel constatare che chi come il barista citato dalla Ferraresi, facendo un lavoro a contatto con il pubblico riesca ad offrire  un supporto sicuramente  meno appropriato – per mancanza di conoscenza della scienza – ma simile a quello dello psicoterapeuta. Vendendo bevande dolci e  calde come il caffè, al costo di poco più di un euro, offre  sorrisi, confidenza e conforto: un effetto placebo che solo l’antidepressivo può eguagliare.

Come è nata l’idea di scrivere un libro che fa ironia sulla tua professione di psicoterapeuta?

Trovo che l’ironia sia una buona chiave per dire cose serie senza appesantirle. E’ un po’ come quando, da bambini si giocava al “facciamo che io ero …”
In realtà volevo parlare del mio lavoro in modo serio, ma non serioso, uno dei tanti rischi che corriamo noi “psi”. Volevo anche raccontare chi è un terapeuta (o più semplicemente chi sono io), le sue fragilità, le sue idiosincrasie, i suoi lati buffi. Un altro titolo che mi piaceva è “Il terapeuta dal buco della serratura”: volevo consegnarmi con fiducia ai miei pazienti, dire io sono questa, sappiate in che mani vi affidate!

E’ vero che con la realizzazione di questo libro ti sei inimicata analisti e psicologi? (Come afferma l’amico saggio citato nel testo).

Qualcuno, non tanti quanto avrei voluto! In realtà io non me la prendo con gli psicoterapeuti, ma ne segnalo i possibili rischi: se può far bene, allora può far male.
Uno dei possibili effetti collaterali dell’aspirina è la morte istantanea (verificare nel bugiardino), uno dei possibili effetti collaterali della psicologia è lo psicologismo, cioè la deresponsabilizzazione. E’ una deriva culturale della quale, anche in questi giorni, la cronaca ce ne offre un vasto menu’: non so cosa ho fatto, né cosa mi è successo, cosa mi è preso…come se noi fossimo agitati da dentro da qualcosa che non conosciamo. I traumi? La mamma? Un’infanzia infelice? (un soldino per chi non ha avuto un qualche trauma nell’infanzia). No no no , questo io non lo avvallo e lo trovo pericolosissimo.

Leggendo il tuo libro una delle tante cose che mi ha colpito è stata quando hai paragonato la sofferenza psichica, sentimentale ed emotiva  ad un pallone a due valvole. Da una di queste valvole si può soffiare l’aria dentro ed ingrossare il pallone, dall’altra si può fare uscire l’aria fino a sgonfiare il pallone.
E’ necessario scavare nel passato per risolvere un problema psicologico? Si può andare oltre la propria storia familiare? Il tuo libro, invita ad essere noi i diretti responsabili ed artefici per la risoluzione dei problemi?

Sì, è necessario conoscere la propria storia, o saremo destinati a ripeterla. Non necessariamente attraverso un percorso analitico, ci sono tante altre forme di narrazione. Per me i libri prima di tutto. Devo tanto allo scrittore Yehoshua se ho fatto pace con i sensi di colpa nel rapporto con un figlio. Ma anche a tanti altri: ho una lista di scrittori che mi hanno “salvato la vita”.
Il rischio della psicoterapia è di rimanerne intrappolati: un bravo terapeuta mi deve aiutare a raccontarmi la mia biografia, sentirne le emozioni, prenderne le distanze e poi lasciare andare la mia storia. Un bravo terapeuta deve, ad un certo punto, darmi un calcio nel sedere e dirmi “vai”. Questo è soffiar fuori l’aria.

Ritengo che uno dei più grossi drammi che affligge il nostro vivere  quotidiano, sia la mancanza di empatia. Leggendo il tuo libro, ho scoperto che per motivi di lavoro viaggi spesso in treno. Alcuni mesi fa mi sono trovata in una situazione che mi ha portato a riflettere a lungo. Il treno sul quale viaggiavo, portava un ritardo di oltre due ore. Una persona, si era suicidata buttandosi sulle rotaie. Una ragazza seduta vicino a me era piuttosto seccata, sottolineava il fatto che per suicidarsi non fosse necessario rovinare il fine settimana agli altri facendoli arrivare a casa tre ore dopo il previsto a causa del disagio provocato. La mia risposta non si è fatta attendere: “Perdonami, ma pensi forse che chi ha intenzione di commettere un gesto simile abbia interesse per il  nostro week-end?”.
Silenzio, solo silenzio. Nessuno ha voluto commentare la mia osservazione.
Cosa ne pensi al riguardo? Sei d’accordo con me che a causa della mancanza di empatia tra amici o addirittura familiari, si senta la necessità di ricorrere sempre più spesso alla psicoanalisi?

Sì, siamo abituati a considerarci monadi, invece siamo una comunità. Il suicidio di una persona mi riguarda, anche se non la conosco. Perché io sono io, più’ tutti quelli che mi sono attorno. Ho assistito molte volte a scene come quella che mi racconti. E’ molto triste e anche molto faticoso non poter darci il tempo di pensare, di soffrire. Questo dover essere sempre performanti. Comincio a pensare che il tempo perso sia quello di maggior valore, il più’ creativo, il più’ ricco.

Il buon barista per incrementare i guadagni sviluppa la capacità di essere empatico, molto più’ velocemente rispetto ad un semplice impiegato e senza rendersene conto. Anche per questo motivo hai dedicato il libro a lui?

Ho dedicato il libro a lui perché io sono grata della gratuità di certi gesti minimi. Un sorriso, un caffè servito con gentilezza (purtroppo “l’elogio della gentilezza” l’hanno già scritto!), una bugia leggera su come ti sta bene una certa maglia… La vita è anche una somma di piccole ferite, e io mi sento sempre un po’consolata di ogni minima medicazione. Il mio barista attuale lo è: fa i panini più’ scadenti del mondo ma chiacchiera con me, mi chiede dei miei gatti, commenta e sa star zitto quando leggo il giornale.  Ci vado nella mia pausa pranzo; è la mia mini – terapia settimanale. E vale tutti i panini mollicci che mi mangio.

Ringrazio Caterina Ferraresi per avermi rilasciato questa intervista ma in particolar modo per aver scritto il libro. La lettura è sempre piacevole, scorrevole e divertente e apre le porte ad una visione della psicoanalisi che in molti non conoscono.

 

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L’ora del tè; chiacchierando in salotto con Caterina Ferraresi

Roberta Marcaccio mi ha intervistato per la sua divertente e interessante rubrica L’ora del tè.

Ecco qui di seguito l’esito della chiacchierata.

Quando scrissi a Caterina per invitarla a L’ora del tè non sapevo che avrei incontrato una splendida protagonista dell’universo femminile. Ironica, profonda e dolce sono, a mio avviso, i tre aggettivi che la rappresentano meglio.

Ce la siamo presa comoda, io e Caterina, abbiamo chiacchierato a lungo e quella che vi proponiamo è la sintesi di un pomeriggio trascorso assieme. L’incontro con Caterina ha in sé qualcosa di magico, contiene quel pizzico di meraviglia che ti fa dire: “Nulla accade per caso”.

Caterina s’innamora dei libri quando aveva cinque anni. “Avevo cinque anni e mio nonno ci leggeva la storia – a me e alla nonna- seduto a gambe incrociate su un gradino della scaletta che portava all’orto. C’era sempre qualche gatto che girava lì attorno e a volte si sedevano ad ascoltare, incantati.”

A quindici anni, grazie a un libro di Freud, viene a contatto con quello che poi diventerà il suo mestiere: la psichiatria.

Lasciamo che fra poco sia lei a raccontarsi. Intanto cito alcune delle sue pubblicazioni: Il lupo sotto il mantello, scritto con Marco Mazzoli ed edito da Ponte vecchio, vincitore del Premio Tobino 1997; Lo gnomo della biblioteca scritto con Danilo Di Diodoro edito da Moby Dyck; nel 2013 vince il premio ‘miglior incipit’ al torneo letterario Ioscrittore, con il romanzo Domani è un altro giorno edito in ebook; nel 2014 pubblica il libro per bambini Naso di cane edizioni Einaudi e, infine, nel gennaio 2017 il saggio L’elogio del barista Corbaccio Editore.

Io direi di cominciare la nostra intervista. Noi siamo pronte, voi?

Caterina, benvenuta nel mio salotto. Cosa posso offrirti? Tè, caffè, biscotti, crostata?

Caffè, grazie, con un po’ di zucchero e niente biscotti: non mi piacciono i dolci! Invidia, eh?!

Invidiosissima ovviamente! Iniziamo la nostra chiacchierata?

Molto volentieri!

A che età hai iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto, credo. Quando ero piccola inventavo delle storie e le raccontavo ai miei gatti.  Ho avuto lì le mie prime stroncature perché i gatti, o se ne andavano dopo pochi minuti, o mi sbadigliavano in faccia e si addormentavano. Ero un’artista, come tutti i bambini che sono scrittori pittori e musicisti, prima che i grandi li “educhino”.

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?

Scrivo solo di mattina perché- dopo mezzogiorno- il mio cervello si scollega. Scrivo a casa, alla mia scrivania, con un caffè e la radio accesa. Ascolto notizie di economia perché mi rilassano, sono come un rumore di fondo.  Ѐ stato durante la correzione del mio ultimo libro che ho imparato tutto sul bail-in.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?

Le mie storie sono ambientate in interni. Dentro le case e dentro i cervelli. Non ho tanta attenzione al fuori: questo è un mio limite. E per questo motivo inciampo continuamente e ho sempre qualche livido sui gomiti o sulle ginocchia.

Il libro più bello che hai letto?

Che domanda difficilllissssima. Con la pistola alla tempia “Cent’anni di solitudine”. La Colombia è un posto che voglio visitare: voglio vedere Macondo e non mi importa che sia un luogo immaginario, andrò a cercarlo e lo troverò.

Il luogo più strano in cui scrivi?

Non scrivo in posti strani, se mi viene in mente una frase o una parola che non voglio perdere, mi fermo e la scrivo su un pezzo di carta, quello che trovo. So che dovrei portarmi dietro un blocchetto e me lo sono ripromessa un sacco di volte ma mi sono arresa ai miei limiti. Ho biglietti del treno e scontrini della coop con su scarabocchiate frasi dal significato misterioso.

Allora, Caterina, con te vorrei cominciare dalla fine, non so perché ma sento di dover partire dal disordine. Mi viene così. È come un istinto primordiale che mi costringe a partire da dentro, dal tuo “interno”, per vedere cosa c’è “fuori”.

Come prima cosa ti chiedo cosa ti ha spinto a scegliere il mestiere che fai (dicci tu di cosa si tratta, in parte l’ho già anticipato nella mia introduzione) e cosa ti costringe, oggi, ad alternare la tua professionalità quotidiana con la passione per la scrittura. Parlo di costrizione, perché scrivere, molto spesso, è un atto che facciamo non di nostra volontà, una sorta di forza che nasce da dentro, alla quale è difficile ribellarsi.

A volte mi chiedo se sia giusto o meno assecondarla e quanto deve esserci di noi, nel momento in cui scriviamo, oppure sia il nostro Personaggio Interiore a guidarci, indicando quale sia il percorso migliore da seguire.

Non so se ho scelto il mio lavoro di psichiatra e psicoterapeuta. Allora ero giovane, un po’ bizzarra, la psichiatria era rivoluzionaria. La psichiatria è un osservatorio privilegiato per i voyeur dell’anima e io sono sempre stata un’impicciona delle storie altrui. Quello che ho sempre fatto, in ogni momento, è stato tradurre in racconto le cose che vedo o che ascolto. Anche adesso non so se sono un bravo medico: ascolto storie, modifico la punteggiatura, aggiungo ipotesi, tolgo qualcosa e qualcosa aggiungo finché la storia clinica del mio paziente diventa un racconto condiviso a due voci. Scrivere non è molto diverso da questo, scrivo perché, da poco tempo, ho trovato il coraggio di raccontare le mie storie e non solo quelle degli altri. E poi scrivo perché, sennò, divento nervosa, strapazzo gli idraulici e i giardinieri: quando mi rendo conto che la mia inquietudine sta diventando eccessiva mi metto davanti al PC e scrivo. Ѐ il momento in cui tutte le cose trovano il loro posto giusto nel mondo.

È anche il momento in cui le cose trovano il giusto posto nella nostra anima, non è vero? È molto interessante il tuo parallelismo fra le storie reali, di coloro che tu accogli e ascolti, e quelle di fantasia che inventi togliendole da dentro di te e condividendole con coloro che poi le leggeranno.

Come definiresti le storie che scrivi? Di che colore sono (e perché)?

E poi ho paura di chiederti da dove attingi i tuoi personaggi…

Vale per me come per tutti quelli che scrivono: io sono i miei personaggi, anche quando il protagonista – come nel libro per bambini ”Naso di cane”- è un cane. Io sono le paure di un cane, la sua lotta tra l’istinto di uccidere e l’istinto- ugualmente forte- di salvare cinque gattini in difficoltà. Se scrivessi gialli sarei la vittima e l’assassino, se scrivessi un triangolo amoroso sarei l’amato, l’amante, il tradito e il traditore. Certo la realtà mi dà spunti, il mio lavoro mi dà spunti…i libri sono lì, fuori e dentro, già tutti scritti: basta ascoltare, annusare e soprattutto rubare. Ecco, credo che uno scrittore sia questo, più di tutto: un bravo ladro. Però io non sono una scrittrice, non ancora, sono una che scrive. Ma spero di diventarlo prima o poi, è da sempre che voglio questo.

Di che colore sono le mie storie? Be’, guarda, c’è un colore che detesto tra tutti: il fucsia. Lo trovo sfacciato, arrogante, eccessivo e volgare eppure, a mia insaputa! bada bene, mi ritrovo a possedere un’enorme borsa fucsia, una sciarpa dello stesso colore e anche un orribile paio di sandali. Allora, forse, le storie che scrivo sono di quel colore. Anche un po’ giallo scuro, un colore che associo a una blanda cattiveria. In passato il giallo era considerato sconveniente per una donna, segno di poca serietà. E, perciò, viva il giallo!

La tua bella risposta mi  costringe a fare alcune riflessioni!

Intanto mi piace tantissimo il tuo altalenare tra i personaggi. Per chi scrive è fondamentale poter raccogliere e vivere le emozioni e le sensazioni dei soggetti che si muovono all’interno della storia. Altrimenti la narrazione sarebbe piatta e spenta. Senza cuore. E rubare è lecito in questo caso, l’importante è non rivelare al malcapitato ciò che abbiamo sottratto: una caratteristica fisica, un tratto caratteriale, il dettaglio di un abito oppure un pezzo di storia (a me è capitato anche questo).

Sono d’accordo sulla tua definizione “…non sono una scrittrice, non ancora, sono una che scrive. Ma spero di diventarlo prima o poi, è da sempre che voglio questo”. Mi hanno rivolto proprio ieri questa domanda: “Ti consideri una scrittrice?” Mi piace quando me lo chiedono perché ho l’occasione per dire quello che penso. Mi sento in sintonia con la tua affermazione. Scrivere è un amore e penso che scriverei in ogni caso, anche se nessuno mi leggesse.

Ma proprio qui nasce la mia curiosità. Io che scrivo un libro sono sicuramente l’autrice di quel libro ma non per forza sono una scrittrice o per lo meno ancora non mi considero tale. Credo che sia così anche per te.

Cosa serve allora ad un “autore” per diventare anche “scrittore”? Maggiore visibilità e fama? Un certo numero di libri pubblicati? Almeno 5000 copie vendute? Recensioni positive? Un piazzamento nei primi posti della classifica Amazon?

Secondo te, quando un autore può definirsi scrittore?

C’è un altro lato della medaglia. È più importante per un autore essere pubblicato o essere letto? Io una risposta ce l’ho, ma vorrei sentire cosa ne pensi tu.

A proposito! Il giallo è il mio colore preferito.

Allora essere uno scrittore o scrittrice (difficile liberarsi dall’uso del genere maschile, fa sembrare tutto più serio!) o essere qualcuno che scrive. Ci ho pensato e ho concluso questo, scrittore o scrittrice è un riconoscimento esterno. Non dipende da quanto vendi o quanti soldi guadagni, dipende dal fatto che, quando dici a qualcuno “Adesso non rispondo al telefono perché devo scrivere” la risposta non sia “Sì, però prima puoi passare in banca o alla posta o a far tosare il cane? ecc…” ma “Certo, naturalmente”. Perché, se fai caso, nessuno chiederebbe a un chirurgo di passare alle poste prima di un intervento, e nemmeno a un idraulico (anzi, meno che mai!) Sarò una scrittrice quando alla frase “Devo staccare il telefono ecc…” amici e parenti diranno “Certo, naturalmente”. Alla fine è il riconoscimento della dignità di lavoro a qualcosa che è anche un piacere e si sa, nella nostra mistica, il lavoro deve essere sempre un po’ spiacevole.

Comunque ci ho ripensato: quando potrò scrivere in pace e dire di essere una scrittrice, allora vorrò tornare a essere una che scrive. Perché essere libera da qualunque definizione credo sia il principio basilare della trasformazione, cioè della vita.

Essere pubblicati o letti? Ti rispondo con un pezzetto iniziale di La luna e sei soldi di quel genio di Maugham. “Ѐ una salutare disciplina riflettere sul gran numero di libri che si scrivono… lo scrittore dovrebbe cercare la ricompensa nel piacere della sua opera e, indifferente a ogni altra cosa, non curarsi… né del successo né della sconfitta.”

Vorrei invitare tutti coloro che scrivono (me compresa) a riflettere sul significato delle tue parole e a domandarsi perché hanno deciso di scrivere. Un minuto di silenzio e di raccoglimento su questa riflessione, intanto noi ci prepariamo un altro caffè.

Veniamo ora al tuo romanzo Domani è un altro giorno. Un libro con un titolo potente, una storia profonda. Devo dire che quando l’ho letto mi ha colpito molto. Carolina vive in ogni donna, non trovi?

Io ho una mia particolare convinzione sulle scelte che una persona fa (non succedono per caso) e questa mia convinzione è anche il filo conduttore del tuo romanzo.

Ma perché quel giorno Carolina ha posto al marito quella domanda che le ha stravolto la vita? C’era un motivo bel preciso? Doveva andare così?

Parlaci di Domani è un altro giorno, fatti pubblicità e convincici a leggerlo (io l’ho letto e lo consiglio a tutti ma vorrei sentirlo da te).

Carolina ha un nome troppo simile al mio, se lo scrivessi adesso lo cambierei! Carolina è una persona che vive in modo sommesso. Non sottomesso, ma sommesso. Cerca di fare poco rumore, di non dare troppo nell’occhio. Vive protetta dentro la sua bolla di sicurezza. Questa è una cosa che facciamo in molti: l’idea che il mondo, là fuori, sia un posto pericoloso. Ma c’è un momento in cui la voglia di verità prevale, come un prurito che non si può fare a meno di grattare, come un cerotto che bisogna strappare. Lei sa che chiedendo al marito se ha un’altra lui dirà di sì. Forse non è pronta a saperlo davvero, ma la verità ha una sua forza alla quale non si può sfuggire, se non al prezzo di ammalarsi. Di tristezza, di solitudine – quella vera – di vivere “come se”. Nel momento in cui si decide di uscire dalla propria bolla di sicurezza si scopre che fuori c’è un mondo pieno di possibilità, di fatica, di tutto. C’è una bella poesia di Neruda che recita” muore lentamente chi…” (non ricordo il titolo, dopo lo cerco). Questo libro vuole dire questo, che bisogna essere coraggiosi per vivere e non sopravvivere. È questo il senso di essere al mondo, credo: non smettere mai di essere vivi. Carolina ci prova e lo fa. Sarà più felice o meno, lasciando il suo buon marito, la sua vita protetta, le sue minime certezze? Io non lo so, ma credo che non ci sia altra scelta che questa.

Ed ora è giusto il momento di dare spazio al tuo ultimo lavoro. Un saggio psicologico. L’elogio del barista. Bello il titolo, molto bello il libro. Devo dire che l’ho letto sperando che davvero tu mi convincessi che è meglio chiacchierare con il barista che con la psicologa, risparmiando magari soldi ed uscendo comunque dal bar con molte risposte alle mie domande. Per il momento resto dell’idea che preferisco chiacchierare con la mia Caterina tutti i mesi.

Parliamo de L’elogio del barista. Vorrei che ci raccontassi come è nata l’idea, cosa ti ha ispirato e, soprattutto, perché proprio il barista…

Il titolo è scherzoso, ma non del tutto. Il mio barista Flamingo aveva una saggezza antica, che – nel tempo di un caffè – sapeva consolarti l’anima. Ci sono molti “terapeuti” inconsapevoli in giro, persone con una bella energia, persone buone che con poche parole, o a volte con un silenzio affettuoso, ti curano. Ecco, io tengo in gran conto questi terapeuti, come tengo in grande conto gli aiutanti che troviamo nella vita: i libri, la musica…La vita è un lungo racconto corale, il mio barista aveva una voce limpida che raccontava la semplicità.

Questo libro non è propriamente un saggio, più una raccolta di pensieri, di osservazioni, di momenti di grande soddisfazione per una terapia andata bene, di attimi di frustrazione per una terapia che invece non si muove…potrei dire che ho voluto far vedere il terapeuta mentre lavora, chi è, cosa succede in quell’ora in cui il paziente si affida a noi. Il terapeuta dal buco della serratura, con le sue debolezze, la sua forza, i suoi tic. Un terapeuta persona che, insieme a voi, cerca di aggiungere significato al racconto della vostra e della sua vita.

 Bene, Caterina, siamo giunte alla fine e devo dire che è stato molto interessante chiacchierare con te. Io ti saluto, ti ringrazio e nel frattempo consiglio a tutti i lettori di questa rubrica di leggere i libri di Caterina Ferraresi perché è una donna ironica, leggera e coinvolgente. E perché i suoi libri lasciano qualcosa dentro.

Sono stata assente per un po’ da questo salotto perché la mia vita privata mi ha sottratta ad alcuni piaceri come chiacchierare con gli autori, bere tè in ottima compagnia e parlare di libri che vale la pena di leggere.Il prossimo appuntamento è per lunedì 12, salvo complicazioni, con una L’ora del tè un po’ insolita che vi consiglio di non perdere.

Nel frattempo buon inizio di settimana a tutti e  per questo primo lunedì di giugno io e Caterina vi regaliamo la poesia “Lentamente muore” e vi auguriamo una  splendida felicità.

Lentamente muore

chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marcia,

chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco

e i puntini sulle “i”

piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore

davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore

chi non capovolge il tavolo,

chi è infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,

chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,

chi non si lascia aiutare

chi passa i giorni a lamentarsi

della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore

chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo

richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza

porterà al raggiungimento

di una splendida felicità.